Quando ho finito Il cielo se ne frega, non ho avuto la sensazione di aver letto una storia. Ho avuto la sensazione di aver ascoltato una confessione.
È uno di quei libri che non cercano di impressionarti con colpi di scena o con una scrittura ricercata. Cercano di parlarti. E a volte ci riescono così bene che hai l'impressione che alcune pagine siano state scritte per qualcuno che conosci. O peggio: per te.
Michelangelo mi ha fatto tenerezza più che ammirazione. Perché dietro il professionista che ascolta gli altri ho visto soprattutto un uomo stanco. Uno che passa la vita a raccogliere i pezzi delle persone che incontra mentre continua a nascondere le proprie crepe. E credo che il cuore del romanzo sia proprio lì: nell'idea che non esistano davvero quelli che salvano e quelli che vengono salvati. Siamo tutti, in momenti diversi, entrambe le cose.
La cosa che più mi ha colpito è che il libro non parla soltanto di amore. Parla della fame d'amore. Di quella necessità quasi disperata di sentirsi scelti, visti, importanti per qualcuno. E credo che sia questo il motivo per cui molti lettori si riconosceranno nei personaggi: perché, sotto nomi diversi, combattono tutti la stessa battaglia.
In alcuni punti ho avuto la sensazione che l'autore volesse stringere troppo forte la mano del lettore, spiegando emozioni che già arrivavano da sole. Ma non l'ho vissuto come un difetto vero e proprio. Mi è sembrato piuttosto il gesto di qualcuno che ha paura di non essere capito e allora insiste, torna sul concetto, prova ancora. Come fanno le persone quando stanno raccontando qualcosa che per loro conta davvero.
E forse è questo che mi porto dietro dalla lettura: la sincerità.
Non ho percepito cinismo. Non ho percepito costruzione. Ho percepito una vulnerabilità quasi disarmante.
Ci sono libri scritti per essere ricordati per la loro bellezza letteraria. Altri per la loro trama. Il cielo se ne frega, almeno per me, appartiene a una categoria diversa: quella dei libri che cercano di fare compagnia.
Non so se tra dieci anni ricorderò ogni passaggio della storia. Ma ricorderò la sensazione che mi ha lasciato: quella di qualcuno che, attraverso trecento pagine, continua a ripeterti che puoi essere ferito, confuso, imperfetto e meritare comunque amore.
E in un periodo storico in cui tutti sembrano voler insegnare come diventare migliori, un libro che ti dice che va bene anche essere fragili ha qualcosa di profondamente umano.
🪄🪄🪄🪄
Marianna
.png)
.png)

.png)

.png)
.png)

